L’intricato rapporto di Trump con i social media e la responsabilizzazione delle piattaforme di servizi digitali

  • Mascheroni & Associati
  • News
  • L’intricato rapporto di Trump con i social media e la responsabilizzazione delle piattaforme di servizi digitali

di Mascheroni & Associati

Febbraio 19, 2021

E’ tuttora aperto il dibattito se la chiusura forzata e unilaterale degli account social in caso di espressione di considerazioni controverse possa considerarsi censura o esercizio arbitrario dei diritti del gestore della piattaforma a far rispettare le policy aziendali. Ne è un esempio il caso dell’ex Presidente USA Donald Trump, che si presta perfettamente a considerazioni in merito.

 

Si è parlato molto nel corso dell’ultimo mese della presa di posizione di diversi social network rispetto all’ormai ex Presidente degli Stati Uniti Donald J. Trump. Infatti, dopo una lunga e combattuta campagna elettorale, in cui il Presidente uscente ha instillato nei suoi elettori il dubbio circa la validità e correttezza del voto elettorale inviato tramite le poste, uno dei suoi ultimi atti è stato quello di incitare alla rivolta gli elettori scontenti, incoraggiando tramite i propri profili social l’assalto al Campidoglio il giorno del conteggio dei voti elettorali. 

Il risultato è stato che i CEO dei vari social network (quali Facebook, Twitter, YouTube, Snapchat e Twitch) utilizzati da Trump per diffondere i propri messaggi hanno optato per la limitazione o addirittura la chiusura dei suoi account, alcuni temporaneamente, altri in via definitiva. 

La domanda da porsi quindi è se impedire ad un politico come Trump di pubblicare notizie e commenti di natura discutibile sia censura o la decisione di chiudere i suoi account possa rientrare fra le facoltà di un’azienda di applicare regole che gli utenti sono tenuti a rispettare

Chi considera questa scelta una limitazione della libertà d’espressione ha ovviamente ritenuto che qualsiasi decisione comporti una diminuzione della stessa sia una lesione dei propri diritti. La questione però è se la libertà di espressione possa essere considerata un diritto assoluto, non passibile di restrizioni resesi necessarie dall’oggetto del contenuto. E’ libera manifestazione del proprio pensiero pubblicare commenti omofobi su un social network? Non sembrerebbe, quantomeno in Italia, stante la Proposta di legge Zan, approvata dalla Camera e ora al vaglio del Senato, che criminalizza la “omotransfobia”. Lo stesso si può affermare per quanto riguarda il reato di apologia di fascismo, per cui chi “esalta esponenti, princìpi, fatti o metodi del fascismo, oppure le sue finalità antidemocratiche” rischia dai sei mesi ai due anni di reclusione. 

La libertà di espressione è quindi senza dubbio un diritto, ma certamente la sua sussistenza è vincolata all’oggetto delle considerazioni dell’utente. 

Però se i gestori dei social network possono riservarsi il diritto di scegliere quali siano i contenuti più consoni alla policy di condivisione sulle proprie piattaforme, tali decisioni potrebbero comportare una modifica nei rapporti dei social media con il pubblico, dimostrandosi sempre più simili a mezzi di informazioni di massa, con le conseguenti responsabilità editoriali, piuttosto che “Tech company”, come in passato Zuckerberg aveva definito Facebook. 

La risonanza che viene data ad una notizia però non è causata solo dai social media. Infatti, le stesse testate giornalistiche (anche attraverso l’utilizzo dei propri canali social) spesso riprendono informazioni che sono diventate virali tramite i social media e ne amplificano ulteriormente la portata. Un esempio è il caso della teoria cospirazionista di QAnon, che ha raccolto milioni di seguaci non solo tramite i social network, ma anche e soprattutto grazie all’attenzione riservata al fenomeno da parte di alcuni giornalisti, nonché dallo stesso Trump. 

E’ inevitabile quindi doversi interrogare sulla natura dei social network nell’ambito generale dei sistemi di informazione. Sembra implausibile infatti, alla luce delle recenti evoluzioni, ritenere che queste piattaforme siano meri software non responsabili del comportamento dei loro utenti, proprio in quanto lo stesso modo in cui operano attraverso inserzioni e suggerimenti mirati tende ad influenzare il comportamento e l’opinione degli utenti. 

La responsabilità dei social network e a che titolo i gestori degli stessi esercitino le loro prerogative devono ancora essere chiariti, obiettivo a cui mira anche la Commissione Europea con la proposta di legge sui servizi digitali, che dovrebbe sancire le responsabilità degli utenti, delle piattaforme e delle autorità pubbliche. 

Vittoria L. Boselli

 

© Mascheroni & Associati. Tutti i diritti riservati. Realizzazione Testudo s.r.l.
P.IVA 08353950960